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SOLIDARIETÀ FRA OPERAI RACCONTATA DAL BARACHIN

Da “La Stampa” del 28 aprile DI AdrianoRavera

Ogni mattina, estate e inverno, il barachin era compagno di lavoro dell'operaio. In ferro smaltato, blu scuro o rosso mattone, poi in alluminio, a due scomparti, uno sotto più capiente per il primo, un altro per la pietanza. La pausa per il pranzo, mezz’ora o poco più, lo svuotava velocemente: minestrone di fagioli, pastasciutta al sugo, fricandò di poca carne e tante patate, frittata e salame di casa. Un mangiare sempre identico all'insegna della rapidità di preparazione e dell'economia. L'essenziale era godere di un pasto caldo: qualità e condizioni igieniche contavano ancora poco.
Non tutte le aziende disponevano di un refettorio, spesso bastava un angolo tra la polvere e gli odori della produzione. Nei cantieri edili era la tettoia più riparata vicino al bidone dell'acqua torbida dove, a turno, ci si organizzava per riscaldarli; nelle filande di fine Ottocento la stesso liquame di scarico, bollente, utilizzato nella trattura dei bozzoli. I cibi, scotti per il prolungato riscaldamento, diventavano massa collosa e asciutta: una veloce miscelata con il cucchiaio ne faceva piatto unico per lasciare ancora spazio alla sigaretta e alle chiacchiere.
Dal profumo della pietanze si poteva ricavare la terra d'origine: negli anni del boom economico ai tradizionali cibi piemontesi si affiancarono, sulla scia dei primi arrivi dall'Italia del Sud, la pasta con le verdure, gli arancini di riso, la parmigiana di melanzane, le fave e le olive in salamoia da accompagnare al pane, le scamorze e il peperoncino. I vari dialetti si mescolavano tra odori e qualche curiosità per la pietanziera del vicino: «polenta», «polentone», «mangiamaccheroni» erano appellativi con cui si era riconosciuti, ora in tono scherzoso, ora con malcelata insofferenza. Il pranzo era uno dei pochi momenti per conoscersi, anche se spesso il timore delle orecchie vigili del capo officina o del padrone facevano limitare i discorsi allo sport, alle donne, alla cronaca di paese, alle vicende familiari. Meglio lasciare fuori lotte e rivendicazioni sindacali. Il barachin divenne sinonimo di lavoro dipendente: gli stessi operai si identificarono in quel nome familiare. In fabbrica o sui cantieri, anche tra montanari dal carattere ruvido, abituati a misurare le parole, serviva a comunicare e a far crescere la solidarietà tra compagni di lavoro con i quali, e il significato letterale di «cum panis» non è solo bisticcio di parole, si condivideva lo stesso pane.

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